Quando ho letto i quattro libri di Milena Agus in un colpo solo (sono brevi e piacevoli) vivevo a Cagliari già da un anno, eppure la città che già avevo nell’anima era la stessa che stavo conoscendo attraverso di lei. Mi sono chiesta se mi ci sono ritrovata o se ho subito un condizionamento, sei lei è bravissima (lo è, a prescindere, secondo me) o se io sono una spugna informe.
Quello che è certo è che la città raccontata in “Mal di pietre”, “La contessa di ricotta” e “Mentre dorme il pescecane” non è sempre quella che ho toccato con mano, ma quella che ho sentito e annusato e respirato, quella che vive nei quartieri storici, fatta di persone creativamente moderne, di sopravvissuti alla decadenza, quella che insomma, Milena ha voluto raccontare, e io ho voluto tenermi nell’anima.
Quella che affascina in un modo unico, e che credo sia la splendida ambigua regina del Mediterraneo.
Un’altra cosa è la Cagliari ferma, isolata, e abbarbicata su convinzioni obsolete e sulle massonerie.
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