domenica 17 aprile 2011

Crescere, fra le righe

Ai primi tempi dei palazzi ero già ufficialmente goffa. Mi ritenevo fisicamente inaccettabile, ma non ero eccessivamente preoccupata della mia scarsa attitudine motoria, bastava evitare talune attività in cui peraltro altri stavano già dimostrando il meglio.

Del resto la felicità era soltanto pochi metri sopra il divano, sulle mensole dei libri dei miei genitori, dove afferavo cose di signori che si chiamavano Pavese, Cassola, Levi, Fallaci, Marquez, mentre mia mamma mi stava attentamente introducendo a Gianni Rodari e Rohal Dahl.

Anche i libri che mi venivano somministrati da mia mamma mi piacevano moltissimo, e soprattutto mi emozionavo all’odore della Biblioteca dei Ragazzi e al bel sorriso della signora che vi lavorava, quando il sabato la mia eroica genitrice ci portava me e mio fratello (attirato con la prospettiva di una pizzetta nel corso).

Ma quelli dei miei genitori, oltre alll'attrattiva delle cose da grandi, avevano frasi che spesso non capivo con parole che però suonavano benissimo, e dei personaggi affascinanti che spesso morivano per le cose in cui credevano.

Che le parole potessero dare tante possibilità e tante soddisfazioni, me lo confermò alle medie una professoressa severa e dolce, che aveva dei bellissimi occhi blu e l’aspetto che io avrei voluto avere alla sua età. Alle frustrazioni che mi davano le trasformazioni adolescenziali e gli scontri con la matematica, la suddetta contrapponeva le letture, i temi, e l’analisi grammaticale e del periodo, che mi davano insperate gratificazioni (anche se non avrei mai voluto che si sapesse).

Sempre la stessa insegnante si rivelò una insostituibile alleata, allorquando mia madre, impegnandosi in una blanda censura sulle mie letture, venne dalla stessa tranquillizzata e autorizzata a maggiore permissività.

Beati sono i tempi in cui ognuno è libero di trovare la propria strada per la felicità, gli insegnanti fanno scoprire soddisfazioni inattese, ei genitori si fidano degli insegnanti.

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