sabato 16 aprile 2011

Inizio e fine, e viceversa

La fine è quella del processo Thyssen: una sentenza da festeggiare come un inizio di una giurisdizione che punisce come killer (eventuali) i responsabili delle aziende che danno la morte.

La fine è anche quella di un ragazzo che inizia a lavorare a 23 anni mentre studia Farmacia, e che parte da una povera isola del sud verso una raffineria di un’altra ancor più povera isola del sud con un contratto di poche settimane, e finisce gasato da un impianto che qualcuno è stato così negligente o pigro da non bonificare.

Vai a prendere il colpevole.

Nei bar dove lavorano e prendono il caffè le mogli degli operai della raffineria si parla di “scarsa attenzione”. Si parla di “permesso di lavoro”. Si parla di “consapevolezza del rischio”. Discorsi di persone che non hanno quasi mai una scelta.

Chissà quali criteri avranno fatto vincere la gara d’appalto all’impresa che poi ha assoldato il ragazzo per il tempo stretto necessario a svolgere l’ingrato compito, chissà se e come le certificazioni in possesso della stessa impresa erano in regola, chissà se i costosi dispositivi di rilevazione erano perfettamente funzionanti, chissà quale formazione sulla sicurezza avrà ricevuto il lavoratore per un mese, chissà chi gli ha dato il via a fidarsi di quell’impianto che gli ha sputato addosso veleno mortale, chissà se si è chiesto se era meglio obbedire o perdere il lavoro e tornare a casa. Chissà che altra scelta aveva, a casa, in Sicilia.

So che sarebbe un buon inizio se almeno i sindacati dipanassero direttamente questo tipo di questioni, oltre a creare sloganistica.

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