
La primavera porta il ricordo dei tempi dei palazzi. Sono molto lontana dai palazzi, nel tempo e nello spazio, e ora gli sfarfallii e le insicurezze e i pianti di primavera sono molto più blandi, ma esistono, anche in eredità di quei momenti.
La primavera arrivava un po’ prima o un po’ dopo il cambio dell’ora, e si faceva sentire subito con l’odore di erba e la voglia di prendere la bicicletta. Con la luce di maggio, nel petto e nello stomaco avevo sempre un tamburo. Così anche le mie amiche, quelle di scuola. Certe volte con l’Uni Posca rosa scrivevamo sui lampioni anche due o tre nomi diversi nella stessa settimana.
Ma non era facile la vita ai palazzi, specialmente a primavera, c’erano sempre dei problemi: fiottavo lacrime per mille motivi, e mi sentivo brutta e un po’ fuori posto.
I genitori, ai tempi dei palazzi, erano lontani e un po’ isterici, niente a che vedere con i due bei
sessant’enni sereni e giocosi che sono oggi.
I maschi prendevano sempre in giro ed erano cattivissimi, sia che si presentassero sotto forma di fratello, che di compagno di classe, corteggiatore o ragazzo dei desideri.
Per destino crudele, le ragazzine dei palazzi erano le più belle e ammirate del quartiere, forse della città. Io non c’entravo proprio niente: non ero mai io la più bella, la più alta, la più corteggiata, la meglio vestita, la più citofonata, la più brava a danza, la più brava a pattinare, a disegnare, la più atletica, la più libera di uscire la sera, la migliore al mondone o al gioco dell’elastico.
Non ci provavo nemmeno a competere con quei boccioli di fascino così performanti. Tutte avevano almeno 4 assi che io non avevo.
Quello in cui eccellevo era invece leggere molto velocemente, mangiare i biscotti del Mulino Bianco, inventarmi storie (non favole, balle) e imbambolarmi davanti alla finestra della mia stanza.
Dalla quale finestra vedevo ragazzi un pochino più grandi che si baciavano, anche sdraiandosi sull’erba, infuriando le signore anziane dei palazzi.
Ma più che altro sostavano a lungo in gruppetti, andavano e venivano, fumavano, e si facevano delle iniezioni.
Io non lo sapevo, e secondo me nemmeno loro, che si stavano uccidendo.